Redditometro e privacy, i rilievi del Garante e le concrete modifiche scaturenti

Lo strumento “redditometro”
Il Garante della privacy, nello scorso novembre, è entrato nel dettaglio dei meccanismi caretterizzanti il funzionamento del moloch informativo in mano all’Agenzia delle Entrate.
Nei fatti, lo strumento dell’accertamento sintetico, per valutare il tenore reddituale dei soggetti c.d. persona fisica, del quale si da descrizione all’interno dell’art. 38 dpr 600/1973 e meglio conosciuto come “redditometro”, viene meramente rimodellato in una porzione tutto sommato limitata della sua operatività.
Giova ricordare come all’interno della Circolare 24/E dello scorso luglio si siano mappate per intero ed in maniera ulteriore le voci di spesa alle quali si ricollega presuntivamente la determinazione sintetica del reddito.

Le voci che lo compongono
Più nel dettaglio, ci troviamo innanzi alle famose “100 voci di spesa” di cui al DM del 24 dicembre 2012, di cui si è avuta eco anche nella stampa non di settore. Tali voci sono state a loro volta ripartite in ulteriori macroclassi: “Consumi generi alimentari, bevande, abbigliamento e calzature”, “Abitazione”, “Combustibili ed energia, Mobili, elettrodomestici e servizi per la casa”, “Sanità”, “Trasporti, Comunicazioni, Istruzione, Tempo libero, cultura e giochi”, “Altri beni e servizi” ed “Investimenti”.
Sono state poi ulteriormente esplicitate, relativamente alla quantificazione dell’ammontare della spesa attribuibile al contribuente:
spese certe, oggettivamente riscontrabili, conosciute dal contribuente e dall’Amministrazione finanziaria;
spese per elementi certi, determinate dall’applicazione ad elementi presenti in Anagrafe Tributaria o, comunque, disponibili (ad esempio potenza delle auto, lunghezza dellebarche, etc.) di valori medi rilevatidai dati dell’ISTAT o da analisi degli operatori appartenenti a i settori economici di riferimento;
spese ISTAT, spese per beni e servizi di uso corrente, la cui classificazione è mutuata anch’essa dall’ISTAT, di ammontare pari alla spesa media risultante dall’indagine annuale sui consumi delle famiglie compresa nel Programma statistico nazionale, ai sensi dell’articolo 13 del d.lgs. 6 settembre 1989, n. 322, effettuata su campioni significativi di famiglie, differenziate per composizione e area geografica di appartenenza;
quota di spesa per l’acquisto di beni e servizi durevoli, sostenuta nell’anno in esame.

Come opera il “redditometro”
L’esplicarsi dell’indagine da “redditometro” procede quindi principiando dalla scelta di un campione di famiglie in relazione all’area geografica di riferimento. Successivamente l’analisi procede nell’individuazione di gruppi omogenei di famiglie in relazione ad un determinato life-stage (oramai abbondano i termini forestieri financo nella produzione di prassi oltre che in quella del legislatore) e circoscrivendo ulteriormente l’obiettivo tramite la selezione di famiglie in condizioni di normalità, con riferimento ad indicatori di coerenza tra voci indicative di capacità di spesa e di reddito dichiarato.
Il procedimento di indagine si conclude con il successivo passo concernente la stima della relazione tra reddito e voci indicative della capacità di spesa e l’integrazione di questa già dettagliata “profilazione” tramite il confronto con i dati dell’indagine sui Consumi delle famiglie (ISTAT) e dell’indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane (Banca d’Italia).
Giova rammentare come l’Agenzia delle Entrate sia chiamata a convocare il contribuente per un contraddittorio per espressa disposizione normativa . Quest’ultimo potrà sfruttare questa opportunità per controbattere a i rilievi dell’Agenzia fornendo prova delle sue argomentazioni. Laddove non venga determinata in questa sede, la pretesa tributaria si cristallizzerà così come predisposta dall’origine utilizzando l’analisi da redditometro.

Breve excursus sui rilievi posti dal Garante della Privacy
Un primo rilievo mosso dal Garante è relativo alla profilazione del “contribuente” in ragione degli strumenti di analisi utilizzati. Tale rilievo viene mosso in relazione al rischio di errata attribuzione del c.d. life-stage del contribuente, ciò sia per le carenze quantitative che per le carenze qualitative (frutto di possibili errori di immissione da parte del personale dell’Agenzia a fronte dei quali non vi è una procedura di controllo qualitativo degli stessi) riscontrati dagli ispettori dell’Autorità all’atto dell’analisi del software utilizzato dall’Agenzia.
Viene quindi esplicitamente criticata la grossolanità inerente l’utilizzo dei dati ISTAT nella fase di completamento dell’analisi da redditometro.
Nel pronunciamento del Garante dello scorso 21 novembre 2013 l’analisi in tal senso è alquanto dettagliata e circostanziata, e smonta di fatto la valenza probatoria dei dati ISTAT impiegati in questo specifico contesto.
Più specificatamente ed in punta di diritto, riferendosi alle statuizioni contenute nel Codice della Privacy (D.lgs. 33/2003), il Garante ha posto rilievo a quanto disposto dalgli art. 2 e 11 del Codice, affermando come “la profilazione del contribuente attraverso l’imputazione presuntiva di elementi di capacità contributiva relativi ad ogni singolo aspetto della vita quotidiana, il cui contenuto induttivo è determinato mediante l’utilizzo di spese medie (e, in particolare, di quelle rilevate a fini statistici dall’Istat), non finalizzate alla valorizzazione di un elemento di capacità contributiva certo, e quindi non ancorate all’esistenza di un bene o un servizio e al relativo mantenimento, costituisca un’ingerenza ingiustificata nella vita privata degli interessati in quanto sproporzionata rispetto alle legittime finalità di interesse generale perseguite dall’Agenzia. Ciò in relazione al fatto che ciò …“va oltre quanto necessario per ricostruire sinteticamente il reddito del contribuente ai sensi dell’art. 38 del d.P.R. 600 del 1973, e si pone in contrasto con i principi di correttezza e liceità del trattamento e di esattezza dei dati, specie per i profili relativi all’attribuzione delle spese Istat” (cit.).
Altro rilievo mosso ancora in forza di quanto disposto dall’art. 11 (relativo alle modalità del trattamento ed ai requisiti dei dati) afferisce il trattamento di dati non esatti per profilare i contribuenti, ciò determinando la conseguente errata attribuzione agli interessati di dati personali relativi alla tipologia di nucleo familiare di appartenenza e alle relative spese, ponendo manifestamente in contrasto con i principi fondamentali in materia di qualità dei dati lo strumento del redditometro.
Il Garante esplicita come “in materia di qualità dei dati previsti dall’art. 11 del Codice, considerato soprattutto che l’inesattezza potenzialmente conseguente all’applicazione automatica di regole inferenziali predefinite può comportare rischi significativi per i diritti e le libertà individuali (cfr.punto 3.9. della Raccomandazione del Consiglio d’Europa in materia di profilazione)”, la qualità degli stessi debba essere garantita in ogni fase del trattamento quale presidio dinamico a tutela dei diritti e delle libertà degli interessati, considerato, in particolare, che eventuali imprecisioni nella fase di raccolta di informazioni sono destinate a ripercuotersi con esiti imprevedibili sulle determinazioni assunte sulla base di un loro trattamento automatizzato, anche con rilevanti conseguenze in capo agli interessati.
Viene ancora rilevato come in forza dell’ art. 13, relativo alla informativa da sottoporre alla controparte, in tutto il corso del procedimento di accertamento sintetico da redditometro vi sia una carenza in merito agli elementi che devono essere forniti con riferimento ai dati raccolti presso l’interessato, con particolare riguardo alle conseguenze del mancato o parziale conferimento dei dati in occasione del contraddittorio, anche in relazione a quelli di natura contabile relativi alla stima del risparmio afferente la posizione del singolo contribuente.
Rilievi ulteriori vengono mossi in relazione ai dispositivi di norma di cui agli artt. 14 (Definizione di profili e della personalità dell’interessato) e 17 (trattamento che presenta rischi specifici).
Il Garante rileva a tal proposito come l’individuazione di criteri astratti volti ad analizzare il comportamento del contribuente, soprattutto se tale analisi venga effettuata sulla base di numerose tipologie di dati presenti in anagrafe tributaria e attraverso l’attribuzione di un profilo, presenti rischi specifici oltre che per i diritti di libertà più sopra citati, anche con riferimento alla dignità degli interessati. Viene segnalata a tal fine la necessità della previsione di adeguate garanzie e ciò assume notevole importanza ove vengano utilizzate tecniche che rendono possibile collocare gli individui in specifiche categorie al fine di prendere decisioni sul loro conto.
Ulteriore censura viene sollevata in relazione alla previsione normativa di cui all’art. 115 (danni cagionati per effetto del trattamento) del Codice Privacy, ribadendo come dati personali trattati per scopi statistici o scientifici (nel nostro caso frutto delle rilevazioni ISTAT) non possano essere utilizzati per prendere decisioni o provvedimenti relativamente all’interessato, né per trattamenti di dati relativi a scopi di altra natura. Pertanto il trattamento ulteriore di questi risulta effettuato per scopi incompatibili rispetto alle finalità della raccolta, essendo anche suscettibile di riverberarsi negativamente nei confronti dello stesso interessato che ha fornito precedentemente l’informazione all’Istat.

Le modifiche al redditometro operate dal Garante con il suo intervento
A seguito dei rilievi critici operati dalla Autorità garante per la privacy, verranno in sintesi modificati i seguenti aspetti dello strumento accertativo in esame:

Profilazione. Per determinare il reddito in capo alla persona fisica viene disposto l’utilizzo esclusivo di spese certe e spese che valorizzano elementi certi , quindi relative al possesso di beni o utilizzo di servizi e relativo mantenimento. Viene al contrario fatto divieto di utilizzo di spese presunte basate unicamente sulla media Istat.

Spese medie ISTAT. I dati delle spese medie Istat non possono essere utilizzate per determinare l’ammontare di spese frazionate e ricorrenti (es. abbigliamento, alimentari, alberghi etc.) per le quali il fisco non ha evidenze certe. Tali dati infatti, riferibili allo standard di consumo medio familiare, non possono essere ricondotti correttamente ad alcun individuo, se non con notevoli margini di errore in eccesso o in difetto.

Fitto figurativo. Il cosiddetto fitto figurativo (attribuito al contribuente in assenza di abitazione in proprietà o locazione nel comune di residenza) non verrà utilizzato per selezionare i contribuenti da sottoporre ad accertamento, ma solo ove necessario a seguito del contraddittorio. Il fitto figurativo dovrà essere attribuito solo una volta verificata la corretta composizione del nucleo familiare.

Esattezza dei dati. L’Agenzia delle Entrate dovrà porre particolare attenzione alla qualità e all’esattezza dei dati al fine di prevenire e correggere le evidenti anomalie riscontrate nella banca dati o i disallineamenti tra famiglia fiscale e anagrafica. Ciò al fine di rendere scientificamente spendibili ai fini dell’accertamento i dati presenti nelle banche dati utilizzate.